Coltivare nei luoghi da cui il mondo distoglie lo sguardo
Articolo scritto da Fuad Abu Saif, attivista palestinese e ricercatore sulla lotta per la terra e la dignità, affiliato con l’Unione dei Comitati del Lavoro Agricolo (Union of Agricultural Work Committees – UAWC) e membro del coordinamento internazionale della Via Campesina. Questo articolo, originariamente pubblicato in inglese, è stato scritto per Defending Peasants’ Rights in occasione del 17 aprile 2025, Giornata Internazionale delle Lotte Contadine. Questa traduzione italiana arriva un anno dopo, grazie agli sforzi di Seeds4Palestine e Coupling Press nel tradurre e diffondere l’articolo a un ampio pubblico italiano. Il testo ci invita in questo giorno a rivolgere il nostro sguardo ai contadini1 palestinesi, alla loro sofferenza, alla violenza che subiscono, ma anche alla loro continua e sempre rinnovata resistenza per rimanere radicati nella loro terra.
Introduzione
Nei campi aperti della Valle del Giordano e lungo i pendii rocciosi delle colline a sud di Hebron, i contadini palestinesi lottano per la loro esistenza. Qui l’agricoltura è un atto quotidiano di sopravvivenza all’interno di un sistema coloniale consolidato che utilizza leggi ad hoc, violenza e strangolamento economico per separare le persone dalla loro terra.

Da ottobre 2023, il saccheggio della Cisgiordania si è intensificato. In questo, nulla è arbitrario. Gli ordini di demolizione vengono eseguiti con precisione burocratica, la violenza dei coloni si espande con piena protezione militare; risorse vitali come acqua, pascoli e mobilità vengono tagliate ai palestinesi sotto il pretesto della “sovranità”. In una dichiarazione2 rivelatrice e sfrontata, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich si è vantato del fatto che il 2024 abbia segnato un anno record nelle demolizioni di case e strutture palestinesi, celebrandolo come un successo nell’imposizione del controllo israeliano sull’Area C3. In un ambiente così apertamente ostile, la nozione di sviluppo diventa paradossale e perfino una stabilità minima appare irraggiungibile.
Questa violenza non è accidentale, è strutturale. I contadini palestinesi non vengono considerati individui che violano regolamenti, ma ostacoli geografici da rimuovere. In luoghi come Wadi al-Seeq e Khan al-Ahmar, comunità beduine e rurali affrontano attacchi sistematici: raccolti bruciati, pozzi avvelenati, bestiame rubato e movimenti impediti. Tutto ciò fa parte di una strategia calcolata, volta a creare condizioni di vita insostenibili che portano allo sfollamento di intere zone senza dover emettere un singolo ordine ufficiale di espulsione.
Sul piano economico, l’agricoltura viene soffocata. L’occupazione israeliana controlla l’85% delle risorse idriche della Cisgiordania, mentre ai palestinesi viene negato il permesso di conservare i pozzi o perforarne di nuovi. Secondo i dati della Banca Mondiale, la produttività agricola palestinese è diminuita di almeno il 35% negli ultimi sei mesi6. In netto contrasto, i vicini insediamenti agricoli israeliani prosperano grazie all’accesso illimitato all’acqua, alle infrastrutture e ai mercati internazionali, evidenziando la profonda disuguaglianza che si inscrive in questo territorio.
Considerare il contadino palestinese solo come un simbolo di resilienza o di nostalgia significa mancare il punto centrale della questione. Oggi il contadino è la prima linea di difesa della sovranità sulla terra, della giustizia ambientale e del diritto stesso alla vita. La lotta non è volta al singolo raccolto, ma alla salvaguardia della possibilità stessa di una presenza palestinese duratura sulla terra, oltre i ghetti urbani e le enclavi frammentate.
Questo articolo cerca di mettere in luce il sistema brutale di violenza che sta dietro queste violazioni e di amplificare le voci dei contadini – donne e uomini – che continuano a coltivare la loro terra in sfida, in memoria e con la ferma convinzione che la terra sopravviverà al regime che cerca di cancellarli.
Cancellare le comunità attraverso il furto della terra e l’espulsione
La politica decennale di confisca della terra e di sfollamento forzato portata avanti dalle forze di occupazione israeliana in Cisgiordania si è intensificata drammaticamente dal 7 ottobre 2023, trasformandosi in un’operazione su larga scala volta a ridisegnare la realtà demografica della regione. La strategia alla base di questo processo non è più limitata ad atti isolati di espropriazione: è diventata una campagna sistematica di cancellazione territoriale e ingegneria demografica, che colpisce le fondamenta stesse della vita contadina palestinese.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), Israele ha confiscato oltre 50.000 dunum5 di terra agricola palestinese nei mesi successivi a ottobre 2023, segnando la più grande ondata di confische in oltre due decenni. Questi accaparramenti di terra sono concentrati in regioni agricole cruciali, tra cui la parte settentrionale della Valle del Giordano, le colline a sud di Hebron e le fasce rurali che circondano Nablus e Salfit. Queste zone non sono scelte casualmente: rappresentano il cuore dell’agricoltura palestinese e gli ultimi spazi in cui persistono pratiche agricole tradizionali nonostante l’espansione coloniale e il controllo militare. Parallelamente, il ritmo degli sfollamenti forzati è aumentato. Più di 180 famiglie contadine sono state espulse dalle loro case, situate in Area C, dove Israele mantiene piena autorità civile e militare. Queste espulsioni sono spesso precedute da un duplice assalto: prima l’emissione di ordini di demolizione o sfratto attraverso quadri legali opachi; poi una raffica di violenze dei coloni. Queste violenze vanno dall’incendio dei raccolti e al furto di bestiame fino ad attacchi con munizioni vere e incendi delle abitazioni. Queste azioni vengono generalmente compiute con impunità e sotto lo sguardo e la protezione delle forze militari israeliane.

Villaggi come Al-Zubeidat ed Ein al-Hilweh nella Valle del Giordano e Masafer Yatta nelle colline a sud di Hebron hanno sopportato il peso maggiore di questa aggressione. In queste ed altre comunità rurali, milizie di coloni sostenute dalla polizia di frontiera e dotate di armi militari invadono regolarmente i terreni agricoli, intimidiscono i residenti e distruggono le loro proprietà. L’obiettivo è chiaro: rendere queste aree inabitabili per i palestinesi e costringerli a trasferirsi per aprire la strada a un’ulteriore espansione degli insediamenti. Amnesty International e B’Tselem hanno documentato decine di attacchi coordinati di questo tipo tra ottobre 2023 e marzo 2024.
L’espansione delle colonie è la spina dorsale di questa strategia. Dall’ottobre 2023 il governo israeliano ha avanzato piani per oltre 13.000 nuove unità abitative negli insediamenti in Cisgiordania, con un aumento del 40% rispetto agli anni precedenti. Questi progetti sono accompagnati dalla costruzione di nuove strade riservate ai coloni israeliani e dalla disposizione di posti di blocco militari che frammentano le terre palestinesi in una serie di enclavi scollegate tra loro. Attualmente, in molte zone, i palestinesi devono attraversare cancelli elettronici o ottenere permessi militari per accedere ai propri campi. L’effetto è uno strangolamento lento ma deliberato della vita rurale palestinese, in cui mobilità, coltivazione e coesione comunitaria vengono progressivamente minate.
Al di là dell’impatto materiale, queste azioni erodono il tessuto sociale delle comunità contadine. Quando la strada che connette un villaggio con il mercato viene interrotta, o quando un’incursione notturna dei coloni provoca la perdita di un’intera stagione di raccolto, il colpo non è solo economico ma anche psicologico. I contadini vengono spinti verso una scelta impossibile: sopportare una vita sotto minaccia costante, o abbandonare la terra che ha sostenuto le loro famiglie per generazioni. Con il crollo dei mezzi di sussistenza agricoli, le famiglie non hanno altra alternativa che cercare lavori precari negli insediamenti israeliani o migrare verso i centri urbani, rafforzando ulteriormente la dipendenza economica proprio da coloro che li stanno espropriando.
Questa campagna di espropriazione coincide con uno degli episodi più letali della storia palestinese contemporanea: il genocidio in corso a Gaza, dove più di 160.000 persone sono state uccise o ferite. Mentre l’attenzione globale è concentrata sulla guerra a Gaza, l’occupazione israeliana sta silenziosamente accelerando il proprio progetto di trasformazione demografica in Cisgiordania. Secondo un rapporto pubblicato su Blinx del 2025, l’anno in corso ha già stabilito un record per le demolizioni di abitazioni in Cisgiordania: una testimonianza impressionante del tentativo di Israele di cancellare intere comunità palestinesi sotto gli occhi della comunità internazionale.
In sintesi, la confisca delle terre e lo sfollamento forzato in Cisgiordania sono strumenti di ingegneria etnica. Queste politiche sono progettate per creare realtà di fatto irreversibili, frammentare la geografia e distruggere la possibilità di uno Stato palestinese vitale e contiguo. Nella loro essenza più profonda, rappresentano un attacco all’esistenza stessa, trasformando ogni contadino palestinese in un difensore in prima linea dell’identità, della dignità e della sopravvivenza.
Escalation degli attacchi dei coloni
Negli ultimi mesi la violenza dei coloni in Cisgiordania ha subito una trasformazione pericolosa. Non si tratta più di attacchi isolati, ma di una campagna organizzata e sostenuta di pulizia etnica che prende deliberatamente di mira i contadini palestinesi e le loro comunità. Gruppi di coloni armati, che operano con crescente coordinazione e impunità, spesso sotto lo sguardo o la protezione delle forze militari israeliane, sono ormai centrali in una più ampia strategia volta a svuotare la Palestina rurale dalla sua popolazione indigena e a rafforzare il controllo coloniale sul territorio. Secondo Amnesty International (2024), nei quattro mesi successivi allo scoppio della guerra genocidaria a Gaza sono stati documentati oltre 410 attacchi contro contadini palestinesi, con un aumento del 75% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Queste aggressioni sono metodiche, coordinate e perseguono un obiettivo chiaro: recidere il rapporto tra i palestinesi e la loro terra.
Le tattiche utilizzate sono violente e hanno anche una forte valenza simbolica. Nelle aree di Ramallah e Nablus, in villaggi come Turmus Ayya, Al-Mughayyir e Madama, i coloni hanno distrutto oltre 6.200 alberi di ulivo, molti dei quali secolari. L’ulivo, simbolo di radicamento e sopravvivenza economica palestinese, viene così divelto dall’identità culturale ed economica del popolo. Human Rights Watch (2024) ha riportato 45 attacchi incendiari contro abitazioni, strutture di stoccaggio e silos per il grano in villaggi vicini agli insediamenti, compiuti dopo incursioni coordinate di coloni sotto la protezione dell’esercito israeliano. Ai vigili del fuoco palestinesi è stato spesso impedito di accedere alle aree, permettendo alle fiamme di distruggere infrastrutture essenziali e beni legati all’allevamento.
Forse lo sviluppo più allarmante è l’aumento delle aggressioni fisiche dirette. B’Tselem (2024) ha documentato 380 episodi violenti, tra cui pestaggi, uso di armi da fuoco e l’espulsione forzata di famiglie mentre lavoravano le proprie terre. Almeno 10 agricoltori sono stati uccisi e decine hanno riportato gravi ferite, con molti rimasti permanentemente disabili e impossibilitati a tornare al lavoro agricolo.
Queste azioni fanno parte di una politica sistemica più ampia. In pochi mesi i coloni hanno preso il controllo di 270 appezzamenti agricoli palestinesi e oltre l’85% delle denunce presentate dai palestinesi per violenze dei coloni è stato archiviato senza indagine, segnalando una complicità ufficiale nel processo di pulizia etnica. Una delle caratteristiche più allarmanti dell’attuale violenza dei coloni è il coordinamento diretto e visibile tra coloni armati e la “polizia di frontiera” israeliana. In zone come Masafer Yatta, Qusra e Al-Zubeidat, i coloni arrivano spesso in convogli organizzati, molti dei quali visibilmente armati di fucili automatici, mentre l’esercito israeliano rimane a guardare o assiste attivamente limitando i movimenti dei palestinesi, emettendo ordini arbitrari di evacuazione o chiudendo le strade di accesso. Questo paesaggio militarizzato ha spinto intere comunità agricole sull’orlo del collasso. Dall’ottobre 2023, più di 180 famiglie palestinesi sono state sfollate con la forza a causa di una combinazione di attacchi dei coloni e isolamento imposto militarmente. Questa forma di violenza coloniale dei coloni deve essere riconosciuta per ciò che è: una campagna sostenuta dallo Stato per smantellare l’economia rurale palestinese, fratturare la coesione delle comunità e trasformare forzatamente produttori agricoli indipendenti in una forza lavoro dipendente dai mercati e dai salari israeliani.La violenza in corso sta soffocando il sistema agricolo palestinese, minandone la sostenibilità attraverso la diffusione della paura, il sabotaggio delle infrastrutture essenziali e la negazione dell’accesso degli agricoltori alla terra e all’acqua. Si tratta di una strategia deliberata di cancellazione graduale e sistematica.
La comunità internazionale, pur concentrata sulla catastrofica situazione genocidaria in corso a Gaza, non deve trascurare questo processo parallelo in Cisgiordania: un processo che utilizza gli strumenti dell’espansione coloniale, dell’imposizione dell’apartheid e del terrore dei coloni per sradicare i palestinesi dalla loro terra, negare loro il diritto al cibo e distruggere le fondamenta della loro esistenza rurale.

[Wagdi Eshtayah/Anadolu Agency]
Questa forma di violenza coloniale deve essere riconosciuta per ciò che è: una campagna sostenuta dallo Stato per smantellare l’economia rurale palestinese, fratturare la coesione delle comunità e trasformare forzatamente produttori agricoli indipendenti in una forza lavoro dipendente dai mercati e dai salari israeliani.
Strumentalizzazione della politica dell’acqua e la frammentazione dell’agricoltura palestinese
In Cisgiordania la scarsità d’acqua è il risultato diretto di una politica israeliana di controllo delle risorse vitali e di indebolimento della resilienza agricola palestinese. Dal 7 ottobre 2023, le autorità israeliane hanno intensificato le restrizioni all’accesso all’acqua, aggravando un sistema decennale di controllo idro-politico progettato per erodere l’autosufficienza palestinese e consolidare l’espansione coloniale d’insediamento.
Secondo Amnesty International (2024), Israele controlla oltre l’85% delle risorse idriche della Cisgiordania e nega sistematicamente ai palestinesi i permessi di conservare i pozzi o perforarne di nuovi. Dall’inizio della guerra più di 240 pozzi agricoli sono stati distrutti o sigillati dalle forze israeliane – un aumento del 20% rispetto all’anno precedente (OCHA, 2024). Questi pozzi, particolarmente concentrati nella Valle del Giordano e nelle colline a sud di Hebron, erano essenziali per l’irrigazione dei terreni agricoli. La loro perdita ha contribuito a un calo del 32% delle terre irrigate e al quasi collasso della produzione di ortaggi e agrumi in ampie parti della Cisgiordania (FAO, 2024).
La scarsità d’acqua è ulteriormente aggravata dall’aumento vertiginoso dei sui costi: il prezzo dell’acqua trasportata è aumentato del 65% dalla fine del 2023, rendendo l’irrigazione inaccessibile per la maggior parte dei contadini. In aree come Salfit, Tubas e Qalqilya, molte famiglie sono state obbligate ad adottare tipi di colture più resistenti alla siccità o abbandonare completamente l’attività agricola, causando perdita di reddito e disoccupazione diffusa.
Le forze israeliane hanno inoltre preso di mira le infrastrutture idriche di base. B’Tselem (2024) riporta numerosi casi in cui i militari hanno confiscato serbatoi d’acqua utilizzati per l’irrigazione, soprattutto in comunità agricole remote che non hanno accesso alla rete idrica. Parallelamente, oltre 75 sorgenti naturali, un tempo vitali per i pastori palestinesi, sono state sequestrate o trasformate in parchi e siti ricreativi ad uso esclusivo dei coloni, limitando ulteriormente l’accesso comunitario a fonti d’acqua essenziali.
Le conseguenze economiche sono gravi. La Banca Mondiale (2024) rileva che l’inflazione alimentare in Cisgiordania ha superato il 41%, come risultato diretto dell’interruzione della produzione e della riduzione dell’offerta locale. Questa crisi colpisce in modo sproporzionato le famiglie rurali e a basso reddito, che si trovano ormai ad affrontare un doppio fardello : la diminuzione dei ricavi agricoli e l’aumento insostenibile dei prezzi dei beni alimentari di base. Allo stesso tempo, il collasso dei sistemi alimentari locali ha rafforzato la dipendenza palestinese dai mercati israeliani e dagli aiuti internazionali.

A Gaza, la situazione è ancora più catastrofica. Il blocco e la guerra in corso hanno paralizzato l’intera infrastruttura idrica. Oltre il 70% delle serre e dei sistemi di irrigazione è stato distrutto e il 98,1% delle famiglie prive di accesso all’acqua dichiara di aver cessato completamente le attività agricole (FSALWG, 2025). L’accesso all’acqua potabile è diventato quasi impossibile, con rischi crescenti di contaminazione mentre l’ingresso di forniture essenziali per la purificazione dell’acqua rimane bloccato.
Queste dinamiche non sono casuali: rappresentano una strategia deliberata di destabilizzazione agricola. Interrompendo l’accesso all’acqua, limitando la riparazione delle infrastrutture e favorendo l’accesso dei coloni, Israele sta implementando un sistema strutturale di apartheid idrico, in violazione del diritto internazionale. Nel contesto palestinese, l’acqua è un’arma politica. La politica idrica delle forze di occupazione è diventata un meccanismo centrale per sradicare la vita rurale palestinese, smantellare le basi della sovranità alimentare e approfondire la dipendenza economica e territoriale. La lotta per l’acqua è dunque inseparabile dalla più ampia lotta per la terra, la dignità e l’autodeterminazione.
L’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR) sancisce il diritto a un’alimentazione adeguata e alla libertà dalla fame, mentre il Commento generale n. 15 riconosce esplicitamente l’accesso all’acqua come fondamentale per la dignità umana e la salute. La negazione sistematica dell’acqua ai palestinesi, inclusa la distruzione dei pozzi e i regimi discriminatori di autorizzazione, costituisce una chiara violazione di questi obblighi.
La sovranità alimentare, una pratica che sfida la cancellazione strutturale
Oggi i contadini palestinesi coltivano in condizioni che vanno ben oltre la semplice difficoltà. I loro campi sono circondati da insediamenti, sorvegliati da presidi militari e costantemente minacciati da ordini di demolizione o sequestro. In questo contesto l’agricoltura non è più solo un mezzo di sostentamento: è divenuta un atto politico. Ogni appezzamento di terra coltivato, ogni raccolto strappato a un suolo minacciato, è una testimonianza di perseveranza e di un rifiuto di scomparire. Di fronte all’isolamento, alla distruzione e all’esclusione, i contadini insistono nel rimanere, nel seminare, nel prendersi cura della terra e nel rinnovare il loro legame con essa come parte della più ampia lotta palestinese per la libertà e l’autodeterminazione.
Questa resistenza quotidiana si estende oltre le restrizioni militari, includendo il diniego di accesso, la distruzione delle infrastrutture, la confisca degli strumenti e l’ostruzione dei mercati. Secondo l’Istituto di Studi per il Medio Oriente (IMES, 2024), oltre il 70% degli agricoltori nell’Area C ha dichiarato di aver affrontato ostacoli diretti o attacchi che hanno interrotto o danneggiato il loro lavoro nell’ultimo anno.

In risposta all’intensificarsi delle pressioni e alla deprivazione sistemica, molte comunità agricole palestinesi stanno recuperando conoscenze agricole tradizionali. Un elemento centrale di questo processo è la banca dei semi creata dall’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo (Union of Agricultural Work Committees) che conserva e distribuisce varietà locali resistenti alla siccità. Questi semi, salvati, scambiati e coltivati al di fuori del controllo israeliano e delle multinazionali, sono diventati simboli viventi di sovranità alimentare e di resistenza, consentendo agli agricoltori palestinesi di riappropriarsi del controllo su cosa coltivano e su come lo coltivano. In questo modo, resistono alla dipendenza imposta da sistemi di input esterni e affermano un futuro agricolo guidato a livello locale, fondato su resilienza, memoria e autonomia.
Parallelamente a questi sforzi, gli agricoltori stanno recuperando pratiche come la raccolta dell’acqua piovana, l’agricoltura secca, la costruzione di terrazzamenti in pietra e metodi agroecologici a basso costo. Si tratta di risposte strategiche e rigenerative alle restrizioni israeliane sull’acqua. Secondo l’International Institute for Environment and Development (IIED, 2024), il 44% degli agricoltori palestinesi nelle aree soggette a restrizioni o chiusure ha adottato almeno una tecnica tradizionale nell’ultimo anno, non solo per sopravvivere, ma per continuare a coltivare sotto assedio.
Nel contesto palestinese la sovranità alimentare non è uno slogan. È una pratica quotidiana che sfida sistemi di espulsione e cancellazione, riconnette le comunità alla propria terra e ridefinisce la sopravvivenza non nonostante l’occupazione, ma come forma di resistenza ad essa.
L’agricoltura, come prima linea nella lotta per la liberazione
In Palestina l’agricoltura non si svolge in condizioni normali. Avviene sotto assedio, all’ombra dei bulldozer e sotto la minaccia quotidiana di essere rimossi dalla propria terra. Ciò che si sta svolgendo nelle comunità rurali è uno sforzo calcolato per separare le persone dalla loro terra, svuotare le campagne dei loro abitanti e spezzare la volontà collettiva attraverso strumenti coordinati di confisca, incendi, blocchi e fame.
Eppure la terra continua a essere coltivata come atto di determinazione. Chi semina oggi non insegue semplicemente un raccolto: si aggrappa ad una genealogia, affermando con il proprio lavoro che la terra non si misura in ettari ma in dignità, memoria e vita. Ogni stagione lavorata da mani palestinesi scrive una nuova riga nella storia ininterrotta della resistenza.

In questo contesto, l’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo (Union of Agricultural Work Committees) sta costruendo una realtà diversa. Attraverso il suo lavoro difende le risorse, recupera la terra, rafforza la sovranità alimentare e ricompone la vita agricola all’interno di un quadro di resistenza e sopravvivenza. Che si tratti della conservazione dei semi autoctoni, del sostegno alla produzione agroecologica o della creazione di cooperative guidate dagli agricoltori, l’UAWC aiuta le comunità a resistere con struttura, forza e finalità.
Fare agricoltura in Palestina è una scelta deliberata e quotidiana di rimanere radicati. Ogni atto di coltivazione sotto occupazione afferma che la terra non sarà abbandonata, anche quando viene recintata, bombardata o confiscata. In questa lotta, l’agricoltura diventa più di una produzione alimentare: diventa politica, protezione e una via da seguire.
I palestinesi stanno piantando il loro futuro, mantenendo la loro posizione e sfidando il mondo a riconoscere cosa significhi davvero una resistenza radicata nella terra. E in questo c’è un appello non solo alla solidarietà, ma a un impegno condiviso.
Postscriptum: situazione in Palestina occupata un anno dopo – 17 aprile 2026
Un anno dopo la pubblicazione di quest’articolo, la situazione in Palestina occupata rimane critica.
A Gaza, Israele ha violato numerose volte il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025, causando, secondo i dati riportati dall’OCHA altri 689morti e 1.860 feriti.
In Cisgiordania, il genocidio prende altre forme, più ‘lente’ (come alcuni Palestinesi le hanno definite), ma comunque efficaci nel portare avanti il progetto coloniale di rimozione forzata dei palestinesi dalla terra e di controllo di territorio.
L’ OCHAriporta che in questi primi mesi del 2026, il numero di sfollati in Cisgiordania è già superiore a quello registrato in tutto il 2025. Questo dato va letto in relazione all’aumento degli attacchi da parte dei coloni, spesso perpetrati con la protezione dell’esercito di occupazione israeliano. E’stato calcolato che nel 2025 siano stati compiuti 23.827 attacchi contro palestinesi, di cui 5.770 contro proprietà – inclusi incendi di case, strutture, veicoli, e furto – 1.393 contro terre e risorse naturali; e 16.664 contro individui, alcuni dei quali con conseguenze mortali. Questi attacchi hanno inoltre causato la distruzione di oltre 35.273 alberi, tra cui circa 26.988 ulivi. Dall’inizio del 2026, altri 4000 attacchi contro i cittadini palestinesi e le loro proprietà sono già stati registrati.
Inoltre, ai palestinesi viene negato l’accesso a decine di migliaia di dunum di terre agricole e a centinaia di migliaia di dunum di pascoli, con conseguenze allarmanti per la sovranità alimentare palestinese. A tal riguardo, è importante segnalare che nell’agosto 2025, Israele ha distrutto l’unità di moltiplicazione della banca dei semi dell’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo ad Hebron che ospitava circa 70 varietà di semi autoctoni palestinesi.
Mentre gli attacchi al mondo contadino continuano, 54 nuove colonie sono state approvate dal governo Israeliano nel 2025 e 86 avamposti stabiliti su terre palestinesi.
In questo contesto, celebriamo oggi e ogni giorno la lotta del popolo palestinese per la propria terra, riaffermando la necessità di sostenere questa lotta attraverso azioni concrete e continuative per porre fine al genocidio e a decenni di colonialismo di popolamento perpetrati con il supporto europeo e statunitense.
- Il testo originale è in inglese e quindi non presenta distinzione di genere nelle desinenze. Ciononostante, il testo parla anche del lavoro spesso invisibilizzato delle contadine palestinesi.
[1] Dichiarazione fatta il 1° aprile 2025. ↩︎ - Dichiarazione fatta il 1° aprile 2025. ↩︎
- Con gli Accordi di Oslo, la Cisgiordania è stata divisa in Area A, B e C. L’area C, tutt’ora sotto il controllo diretto di Israele, corrisponde a circa il 67% della Cisgiordania e include la maggior parte delle terre agricole e dei pascoli, dove la violenza dei coloni è particolarmente intensa. ↩︎
- L’autore fa riferimento all’ultimo trimestre del 2024, ed il primo del 2025. ↩︎
- Ovvero 5.000 ettari (1 ettaro corrisponde a 10 dunum), equivalenti a circa 7.000 campi da calcio. ↩︎
